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mercoledì, 06 dicembre 2017

Periodo di attesa volontario, performance riproduttive ed impatto economico

La definizione del periodo di attesa volontario è una decisione strategica per il notevole impatto che essa comporta sulle performance aziendali ma, ancora di più, su quelle economiche.

Le molte discussioni che ancora ci sono su questo argomento inducono a pensare che non sempre le idee siano sufficientemente chiare e soprattutto non sempre appaiono basate su dati oggettivi e, appunto, su valutazione economiche. Maggiore chiarezza andrebbe fatta anche sui parametri che vengono, o si dovrebbero, utilizzare per valutare i risultati riproduttivi e quali siano le conseguenze di scelte diverse. 

Come stabilire il periodo di attesa volontaria?

Fissare il periodo, in giorni o settimane, al di sotto dei quali non fecondare è di per se facile, ma occorre avere ben presente le sue implicazioni.

In passato, avere vacche gravide a 60 giorni era considerato il “Gold Standard”, perché aggiunto ad una asciutta di 60 giorni, permette di avere vacche che partoriscono ancora entro i 365 giorni. E questo potrebbe essere ancora ottimale quando le produzioni non sono elevate. L’attuale potenziale genetico della razza Holstein, capace di sostenere alti livelli produttivi anche con molti giorni di lattazione, potrebbe consigliare di posticipare il Periodo di Attesa Volontario (Voluntary Waiting Period = VWP) per poter ottenere la massima produzione in una lattazione non dovendo rinunciare al latte asciugando animali ancora con produzioni sostenute. Ma posticipare i giorni di lattazione alla prima inseminazione comporta dei rischi se non si mettono contestualmente in atto procedure adeguate.

Anche se potrebbe sembrare non strettamente correlato, molto spesso la definizione di  un periodo di attesa volontario breve – inferiore ai 60 giorni – è dettato da non corretta valutazione del parametro parto concepimento (pa.co.). Se è vero che 120 giorni di pa.co. possono essere ritenuti un dato ottimale, occorre prestare attenzione anche ad altri parametri per verificare se i 120 giorni siano davvero un  indicatore di buona efficienza riproduttiva.

Infatti se 120 giorni di pa.co. sono la media fra una bovina che si ingravida a 40 giorni e un’altra invece a 200, a fronte di un dato perfetto, avremmo due animali che ci daranno entrambi problemi, perché dovremo asciugare la prima troppo presto, rinunciando a del latte e quindi a del fatturato, mentre invece la seconda potrà arrivare in asciutta troppo grassa e avere bisogno di una asciutta più lunga con tutte le conseguenze del caso.

Ed è proprio il timore di avere bovine che si ingravidano troppo avanti nel corso della lattazione che, molto spesso, induce ad abbassare o non rispettare VWP, cercando di ottimizzare il parametro medio aziendale di pa.co. D’altra parte allungare il periodo di attesa volontario comporta dei rischi se, contemporaneamente, non si adotta una adeguata strategia riproduttiva. Il rischio principale è quello di rinunciare a calori  precoci e perdere poi quelli successivi, con il rischio, o la certezza, di vedere peggiorare le performance riproduttive.  

 

VWP, giorni alla prima inseminazione, tassi di concepimento

Per poter valutare i risultati di programmi di riproduzione con diversi VWP dovremmo poter rispondere alle seguenti domande:

1.  Quali sono i tassi di concepimento a 40, 60, o a 80 giorni di lattazione?

2. Che differenza c’è tra il VWP e i giorni effettivi alla prima inseminazione?

3. In che percentuale le vacche vengono fecondate nel primo ciclo estrale, trascorso il VWP?

4. Con che velocità le vacche si ingravidano, trascorso il periodo di attesa volontario?

La risposta alla prima domanda la troviamo in un recente studio della Cornell University che ha confrontato le performance riproduttive di 2.700 vacche in tre diversi allevamenti dello stato di New York, suddivise in due gruppi con due diversi periodi di attesa volontaria, il primo di 60 giorni ed il secondo di 88. Tutte vacche sono state fecondate la prima volta dopo un protocollo doppio Ov-Synch. I risultati sono stati i seguenti:

  • L’estensione del periodo di attesa volontario ha portato ad un incremento del tasso di concepimento dal 41% a 60 giorni, al 47% per le vacche fecondate ad 88 giorni.
  • Le primipare hanno avuto il maggiore miglioramento  (46% vs. 55%)
  • Le vacche di seconda lattazione ed oltre sono migliorate in misura minore  (36% vs. 40%)
  • In sostanza le vacche ad 88 gg si trovavano in una migliore condizione per sostenere una nuova gravidanza grazie ad un miglior BCS, e alle miglior salute dell’utero.  
  • Le vacche con un VWP hanno avuto 13 giorni in più di lattazione e, quindi una maggiore produzione nella lattazione.   

 

In sostanza l’allungamento del VWP consente alle vacche più produttive di avere più tempo a disposizione per completare la propria alta lattazione. Ma la gestione della riproduzione deve essere adeguata se si vuole evitare che le vacche si ingravidino troppo tardi. Per rispondere alla domande successive occorre avere un programma di gestione che possa evidenziare le differenze tra diversi scenari.

Se guardiamo questi tre altri allevamenti ci accorgiamo che nonostante tre diversi VWP, rispettivamente di  45, 60 e 75 giorni, i giorni medi alla prima inseminazione sono abbastanza simili.

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E quindi i dati vanno indagati un po’ più in profondità se si vuole comprendere cosa succede in ciascuno di questi allevamenti e, soprattutto, quali dei tre ha le performance migliori.

Analizzando con il programma DairyComp più nel dettaglio le tre situazioni aziendali, a fronte di un dato quasi identico di giorni medi alla prima inseminazione, si evidenzia invece una situazione decisamente diversa.   

 

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Nell’allevamento A, si inizia a fecondare molto presto, anche prima dei 45 giorni fissati come VWP, ma l’intervallo di giorni alla prima inseminazione è molto ampio e non pochi animali vengono inseminati per la prima volta anche oltre i 100 giorni di lattazione.

Nell’allevamento B, si inizia a fecondare più tardi, rispetto all’allevamento A, c’è sicuramente una maggiore pressione di inseminazione tra i 70 e gli 85 giorni, ma anche in questo caso ci sono diversi animali che vanno oltre i 95-100 giorni di lattazione prima di essere inseminati per la prima volta.

L’allevamento C invece, non solo è quello che rispetta integralmente il VWP (75 gg), ma dove tutte le bovine vengono  inseminate la prima volta entro gli 82 giorni di lattazione.

Questo ci mette in guardia sul fatto che le medie non sempre ci aiutano a capire esattamente cosa succede.

 

Risultati riproduttivi e loro impatto economico

Ma ciò che più ci interessa, perché più incide sul reddito degli allevamenti, è verificare la velocità con cui le vacche si ingravidano dopo il parto al termine del periodo di attesa volontario.

Andando quindi a valutare la percentuale di vacche che nei tre allevamenti si ingravidano entro 120 e i 150 giorni di lattazione, troviamo questi risultati:

 

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Quindi, il periodo di attesa volontario, i giorni medi alla prima inseminazione, così come il periodo parto concepimento non ci sono di molto aiuto né a comprendere l’andamento della riproduzione in una certa stalla e nemmeno le sue implicazioni economiche.

Avere una distribuzione più ampia dei giorni di lattazione alla gravidanza, implicherà anche una più ampia finestra nella lunghezza delle lattazioni della mandria con le relative difficoltà a gestire le razioni e i gruppi di alimentazione.

Quello che è importante, non è quindi di quanti giorni deve essere il VWP, anche se come abbiamo visto dai dati della Cornell University e anche dai numerosi dati di allevamenti di nostri clienti che utilizzano il programma DairyComp, questo ha un impatto evidente sui tassi di concepimento alla prima inseminazione, quanto il definire un programma di riproduzione che permetta di ingravidare il più rapidamente possibile le vacche al termine del periodo di attesa volontario.   

Secondo la nostra esperienza un buon programma di riproduzione, deve basarsi su tre pilastri:

     1.   In base ai livelli produttivi e ai tassi di concepimento di ciascuna azienda, fissare un VWP (non inferiore ai 65-70 gg) e rispettarlo in maniera rigida.

2.  Definire e attuare un programma riproduttivo che permetta di fecondare oltre il 95% delle bovine     entro 21 giorni (meglio se entro 10) trascorso il VWP.  

3. Essere molto aggressivi nell’individuazione dei calori delle vacche che non rimangono gravide alla prima f.a. (pedometri, gessetti, rilevazione visiva) e/o attuare un protocollo per poterle rifecondare prontamente (3-7 gg) dopo la diagnosi di gravidanza negativa.   

 

Mettendo in atto uno schema come questo, con l’ausilio di un buon programma di gestione come il DairyComp, è possibile porsi l’obiettivo di avere l’80% di vacche che si ingravidano entro i 180 giorni di lattazione e quindi, essendoci assicurati un numero adeguato di parti, poter prendere con tranquillità anche la decisione di non fecondare più animali non ancora gravidi entro i 200 giorni di lattazione.

Le implicazioni economiche di risultati riproduttivi come questi sono notevoli, perché permettono da un lato di ottenere il massimo del latte dalle bovine dall’alto potenziale produttivo e dall’altro, consentono una migliore gestione dei gruppi produttivi per la minore dispersione in termini di giorni di lattazione all’interno della mandria.

 

   




Agostino Bolli
Agostino Bolli
Country Manager Italy
agostino.bolli@altagenetics.com
Italy

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